Senzatetto ubriaco russo: “Schiavi di capitalismo!”
Ragazzine appena uscite da scuola: “Schiavo della tua anormalità.”
Sul tram
5 Marzo 2008 di catatonica
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Siòre e siòri, Apple!
28 Settembre 2007 di catatonica
Edo è appena arrivato a casa con l’iPhone.
Bisogna dire che è un gioiellino. Anch’io mi faccio cogliere dall’entusiasmo quando vedo affari del genere che hanno del prodigioso. Però mi chiedo. Quanto una cosa così è veramente utile a una persona che vive una vita “normale” come la nostra?
(Normale tra virgolette, perché naturalmente è tutto da stabilire se siamo individui normali…)
Cioè dopo che ho fatto i miei tre o quattro urlettini, “Che figata!”, “Ma dai!”, “È bellissimo!”, torno a chiedermi quand’è che veramente potrei riuscire a introdurre nelle mie abitudini l’uso di email dal telefono, gallerie fotografiche che si fanno scorrere con le dita e che si visualizzano in formato gigante ruotando l’apparecchio (fisicamente! Coool…), navigazione web con visualizzazione filmati di Youtube e quant’altro.
Tra l’altro, io che esplicitamente mi sono presa un monitor da ventidue pollici per farmi la postazione internet privata nel mio studio, io che praticamente non voglio sentir parlare di internet se non quando mi dedico alla navigazione comodamente seduta sulla mia sedia o al limite con portatile sul divano (ebbene sì, Edo ha installato l’access point), io, scusate, trovo la navigazione su un monitor così piccolo una cosa veramente da cerebrolesi (senza offesa per i cerebrolesi). Sull’autobus o al parco continuo a preferire la lettura di un libro o di un giornale a internet. Mi ci vedete seduta su una panchina o su un prato con in mano un coso grande quanto uno specchietto tutta concentrata a leggere o a scrivere o a guardare video…? Io no!
Quando vedo uno sputafuoco in qualche piazza o nelle fiere di paese o al circo, mi esalto, certo, ma non mi dico mica che anch’io voglio imparare a sputare fuoco e farlo la mattina al posto dei gargarismi! Per me l’iPhone è un po’ così… È come guardare uno spettacolo un po’ prodigioso. Ringrazio quelli che vi hanno dedicato la propria vita, che si sono allenati, che hanno lavorato per creare cose così fuori dal comune ed eclatanti, ma poi me ne voglio tornare a casa mia a dormire nel mio letto!
Gli spettacoli che fa Steve Jobs quando presenta un nuovo prodotto lo capisco anch’io che sono qualcosa di sensazionale, che richiama l’attenzione del mondo intero e che quando li fa tutti ne parlano. Ma sfido io, è come se portasse King Kong o la Sfera di Cristallo sul palco! Andare a vedere una delle presentazioni di Steve Jobs è come andare al circo!
Di qui a introdurre una di quelle diavolerie in casa mia, sinceramente… Poi non dormirei più tanto tranquilla. Chiaro che Edo, poi, fa ciò che vuole. Se se la sente lui!
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Disorganizzarsi sempre di più
24 Settembre 2007 di catatonica
Avessi organizzato le cose domestiche come facevo all’università, questa convivenza mi sembrerebbe forse troppo strana. Non ho mai pensato di guardare al modo in cui svolgo certe attività, da quando sono arrivata qui con Edo. D’altronde, a entrambi piace la rilassatezza. Una delle cose che vanno lisce tra noi è proprio questa. Non abbiamo bisogno di farci vicendevoli recriminazioni basate sul connubio femmina/maschio perlomeno quando si tratta della gestione della casa. Tutti e due siamo stati universitari fuori sede e abbiamo imparato che convivere con dei coninquilini può voler dire convivere con gente di ogni tipo. La categoria non è soltanto il genere, ma anche la provenienza, la posizione sociale. Abbiamo scoperto che non si può pretendere la stessa laboriosità da tutte le persone solo perché sono raggruppate sotto lo stesso tetto. Edo dice che con i suoi coinquilini erano abituati a tenere delle vere e proprie tavole rotonde (il loro tavolo era rotondo per davvero!) che avevano una regola: ogni volta si faceva l’introduzione come se fosse la prima volta. Ciascuno doveva dire nome, cognome, città di provenienza, composizione famigliare e doveva raccontare qual era stata la sua esperienza, quando era ‘coinquilino dei suoi famigliari’, circa l’argomento che in quella particolare riunione andavano a trattare. Per esempio: mi chiamo Onofrio, vengo da Ponza e sono abituato che mia madre puliva il bagno ogni settimana. Oppure: avevamo la domestica che faceva tutta la casa tutti i santi giorni e passava pure la cera. Durante queste tavole rotonde, dice Edo, sulla base di queste precedenti esperienze, unite alle esigenze presenti, veniva stilata da Ginno, coinquilino cervellone di Edo, una tabella mensile ponderata di compiti per ciascuno. Il bagno ad esempio lo puliva Edo una volta alla settimana, non perché era abituato a farlo lui quando abitava ancora con i suoi, ma perché semplicemente era quello che ci teneva di più che il bagno, in una casa con quattro persone, fosse fatto e siccome non voleva doversi poi lamentare di incertezze o errori preferiva che nessun’altro ci mettesse le mani. Ancora oggi, il bagno lo fa sempre Edo. Io sono più per la cucina. Non che la cucina sia il mio regno, come usavano dire le nostre madri o nonne. Edo cucina assai e pulisce anche spesso, non solo quando cucina. Spesso puliamo insieme, specialmente nel fine settimana. Farà ridere, ma spesso passiamo il sabato pomeriggio a pulire casa, perché è praticamente l’unico momento, oltre alla domenica, in cui possiamo farlo insieme. E preferiamo goderci la domenica che il sabato. Specialmente d’inverno, quando non si ha molta voglia di andare in giro. Svegliarsi di domenica mattina insieme, in una casa pulita e sistemata, da invadere e occupare dolcemente con le proprie cose e la propria pigrizia domenicale, è certamente una delle cose più belle che posso pensare e uno dei momenti migliori non solo della mia vita, ma della vita di Edo e me. Una delle cose che non posso non riconoscerci, come coppia, è che la nostra casa è sempre (relativamente, eh) in ordine, anche se non abbiamo nessuna scaletta di cose da fare organizzata. E nemmeno discutiamo su quali siano i ruoli da tenere in casa fra maschio e femmina.
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Sono rimasta seduta più di dieci minuti a pensarci
4 Settembre 2007 di catatonica
Donato (nome fittizio), un mio amico della Calopresti (nome fittizio), mi ha appena lasciata di sasso. Non ci posso credere.
Mi ha raccontato una cosa della sua vita che non mi sarei mai aspettata. Lo sapevo che aveva dei problemi, ma li avevo sempre catalogati come stranezze sue. Dopotutto, è avvocato!
Donato è un tipo che non riesce a trattenere quello deve dire, quello che pensa dice, e ha un livello di mancanza di tatto che difficilmente mi è capitato di incontrare in vita mia. Personalmente, lo trovo indispensabile. Con tutto quel parlare e lo sparlare su tutto e di tutti, compresi i presenti il più delle volte, non si rende neanche conto che può toccare delle zone sensibili di persone varie. Spessissimo infatti coglie nel segno. Quante volte l’ho visto, in situazioni in cui non ci si aspetta critiche così violente, lasciare una persona, magari appena conosciuta, sbeffeggiata e scontenta.
Non è un caso che abbia pochi amici, praticamente nessuno. Senza la sua famiglia non so cosa farebbe. Ancora oggi è molto attaccato a loro.
Io sono una delle poche persone che lo capiscono. Lui è così. Semplicemente, non si rende conto.
Quando parla lui dice esattamente ciò che vede. È come se ci fosse collegamento diretto tra il mondo esterno e la bocca, mentre il cervello è completamente bypassato. È come se non ci fosse neanche, il cervello. Il suo parlare è un flusso continuo di sensazioni che scivolano in testa e subito escono dalla bocca. Data la professione che fa, parla anche abbastanza forbito. Certe volte è proprio un piacere ascoltarlo. Anche se è decisamente logorroico.
Io, dicevo, sono sua amica e lo conosco bene. Ho imparato a sfruttare il suo dono di non avvertirsi di quando dice cose indelicate. Fa così proprio per un suo candore innato che contrasta anche parecchio col suo aspetto esteriore di invecchiato precoce e maniaco depressivo. In realtà è, appunto, abbastanza candido. A patto che non lo si lasci solo. In quel caso diventa scorbutico ai limiti del bestiale. Non c’è la fa proprio. Figuriamoci. Coll’alto tasso di logorroicità che si ritrova, ogni volta che è costretto a stare zitto gli vengono i bubboni pestilenziali. Penso che non abbia mai fatto una riflessione solitaria in tutta la sua vita.
Ma queste sono mie supposizioni. Peraltro non sono neanche tanto supposizioni, in quanto molte di queste cose sul suo modo di essere me le ha dette lui di persona, durante alcune delle lunghe chiaccherate in cui parliamo tutta la notte con sigarette e birra sulla pancia.
Donato stavolta mi ha confessato uno dei suoi segreti più grandi, un problema che ha da quando, finita l’università, è andato a vivere da solo.
Ho sempre saputo che soffriva di insonnia. E infatti è proprio il classico tipo che visto da fuori, per chi non lo conosce, lo si può scambiare o per un pedofilo o in alternativa per uno che soffre d’insonnia. Poveretto…
Mi ha raccontato l’origine della sua insonnia. (Io avevo sempre pensato che fosse per via della solitudine, dato che, essendo, secondo me, gay, non si è mai trovato una donna e neanche se n’è cercata una). In pratica, dice che quando ha cominciato a vivere solo, dopo un po’ ha iniziato ad avere incubi, spesso, relativi soprattutto ai libri che, lettore famelico e onnivoro, legge a centinaia.
Finalmente è riuscito a confessare la cosa anche al suo analista, dice. Prima d’ora non ci era mai riuscito. Si vergognava. (Figuriamoci con me).
In pratica era finito dopo un po’ ad avere incubi tutte le notti, tanto che era ossessionato e aveva sin paura ad andare a letto. Dice che essendo solo, dopo essersi sfinito a leggere, non ci voleva molto perché quasi sognasse a occhi aperti, cioè pur non dormendo. Sentiva le voci… Appena mi ha detto questa cosa me lo sono visto in un’immagine che mi ha fatto vergognare per lui. Non dovrei dirlo, ma è così. Me lo vedo seduto sul letto che esita a spegnere la luce. Tra l’altro, mi aveva già accennato una volta alla paura del buio. Io avevo fatto finta di niente e lui non ne aveva più parlato. Ma adesso che racconta queste cose i conti tornano.
Non è del buio che ha paura, ha paura di se stesso. Ha paura di quello che il suo cervello gli produce quanto è iperattivo come succede quando si legge anche un libro al giorno, o più libri allo stesso tempo, come fa lui. Considerato, poi, che è appassionato di tutti i generi possibili e immaginabili che possono creare fantasmi tipo horror o fantascienza, posso ben capire che uno con un cervellone come il suo (in effetti ha una fronte parecchio ampia, la quale mi ha sempre impressionato) non può che essere perseguitato dal bisogno di parlare di tutto quello che gli passa per la testa.
Tutto quello che gli entra in testa lui non lo elabora ma lo deve mettere fuori subito, altrimenti s’intasa e rimane lì. Con un cervellone così, me lo immagino poverino a battagliare con enormi quantità di dati immagazzinati che non riesce a gestire, e che prima o poi hanno il sopravvento.
Solo che io non posso certo fargli da interlocutrice tutto il tempo. Si deve abituare a mettersi a dieta di libri oppure, non so, aprirsi un blog e scrivere delle recensioni, o le impressioni che gli vengono sui libri che lo colpiscono. Lui dice di non essere il tipo che scrive. È più per l’orale, l’avvocato. Di questo blog qui non gli ho detto niente perché questo in particolare non lo conosce nessuno. Ma ne ho un altro da tempo (non dico di più!) che lui conosce. Eppure continua a ripetere che almeno per ora la cosa dei blog non gli interessa. Gli ho detto che ci vogliono tre secondi ad aprire un blog. Lui niente. Non ne vuole proprio sapere.
Vabè. Al limite secondo me gli tocca mettere da parte qualcuna delle sue attitudini caratteriali peggiori, e imparare ad affinare la lingua avvocatesca tagliente almeno quando è con amici. E soprattutto dovrebbe imparare, quando gli sale alla gola una parolaccia, a contare a fino a dieci prima di dirla, e poi cambiarla in qualcos’altro. Se proprio non riesce a trovar niente, va bene anche una parolaccia analcolica tipo “scemata”, o “bischero”, o “sedere”.
(Le parolacce che dice sono la cosa che mi piace meno di lui. Quando litiga – spesso – ne dice brutte e violente, e lascia sempre allibito chi è presente, ma è talmente strano che nessuno lo riprende. Fanno tutti spallucce. Probabilmente in queste occasioni la maggior parte delle persone se lo ritrae con piacere ospite di una casa di cura mentale. E purtroppo mi sa che su una cosa così, se non è riuscita a far niente nemmeno la famiglia, che pure è rispettabilissima, i genitori sono entrambi professori…
Quando litiga è proprio un bambino. Peccato che ne ha più quaranta che trenta, e gli interlocutori altrettanto.)
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Farei meglio
21 Agosto 2007 di catatonica
Finalmente un po’ di tempo per sedermi al blog e scrivere un po’.
In realtà non voglio “scrivere un po’” ma scrivere di una cosa in particolare.
È una cosa che mi ha dato fastidio e mi ha ferito, e a cui torno spesso coi pensieri da quando è capitata.
Da quel giorno, non ho fatto altro che aspettare di avere finalmente il tempo per sedermi al blog e parlare di lei.
È successo circa una settimana fa.
Erano circa le tre del pomeriggio, di sabato e io ero nel letto che riposavo. Edo era partito la sera prima. Io, parte mi sentivo sola, parte mi godevo la lieve e liberatoria solitudine dello starsene con se stessi a non far niente dopo vario tempo.
Mi ha svegliato la voce rabbiosa di una ragazza. È giovane; non dev’essere di molto più vecchia di me. Vive in un appartamento dirimpetto al nostro, più su di un piano, e io e Edo la conosciamo in quanto vediamo spesso lei e il suo compagno dalla finestra e li sentiamo parlare, presumibilmente come loro sentono noi, dalle finestre aperte. Hanno, come noi, la cucina e la camera da letto che danno sul cortile, che è un cortile molto piccolo.
In questo cortile abitano molti extracomunitari e ci sono addirittura due ristoranti, uno cinese e una pizzeria, che si affacciano su di esso come dirimpettai (solo che loro non si possono vedere perché essendo a piano terra sono separati da un muro, che divide lo spazio cortilico nei due cortili dei due condominii). Come si può immaginare, in questo cortile se ne sentono di tutti i colori. Loro, però, i nostri più affini dirimpettai, non li abbiamo mai sentiti litigare, né alzare mai la voce.
Da un anno circa hanno un bambino. Io e Edo rimaniamo spesso ad ascoltarli, dalla nostra cucina, mentre giocano o lo vestono o gli danno da mangiare. Finora mi son sempre sembrati contenti, anche se forse un po’ affaticati. Si sente che è un bambino che hanno voluto, e che la vita che fanno l’hanno scelta. Potrebbero essere Edo e me tra un paio d’anni.
Eppure, c’è sempre stato un sottofondo di qualche cosa, un qualche cosa di non completamente sereno; mi hanno sempre comunicato un senso di preoccupazione. Come se, pur essendo felici e pur avendo realizzato le proprie aspettative e pur essendo consapevoli di aver fatto la scelta giusta, trasparisse comunque come un presentimento che, di questi tempi, forse quella non era proprio la scelta ideale da fare. Come se avessero fatto una scelta maturata sin dall’infanzia, impiantata e cresciuta con l’educazione che è stata loro impartita, sviluppatasi con il prendere inconsapevolmente a modello i propri genitori e la propria società di appartenenza, costruita sulla base di un sistema di valori ricevuto e amato, ma una scelta che malgrado tutte le sue qualità e la sua buona fede viene attuata in un mondo diverso dal mondo in cui era stata pensata, tanto che alla fine risulta essere come indefinitamente anacronistica. Come se i condominii di oggi appena fuori del centro città, pieni di incertezze e dove gli italiani sono in minoranza, ci parlassero in continuazione di un mondo che non solo in questo momento è in costante mutamento, ma che da molto tempo ha salpato le ancore dal mondo che i ragazzi della mia generazione hanno conosciuto mentre esprimeva, ora so, i suoi ultimi desideri.
Ma queste sono idee a casaccio.
Non me lo sarei proprio aspettato. Aveva una voce cattiva, roca come cartavetra.
Ha detto qualcosa tipo: “No, fa niente, lascia stare” in crescendo e poi, distinto: “Aiutalo!”. Si riferiva al bimbo credo. Secondo me stava per farsi male.
Mi ha spaventata letteralmente (sono rimasta venti minuti a fissare il soffitto con il cuore a seimila) e mentalmente.
Potrei essere anch’io una madre così? Si diventa così quando si diventa madri? Mia madre spero non fosse così… Se diventare madri nel mondo odierno vuol dire avere una pressione talmente grande sul proprio ruolo e sull’incolumità dei propri figli, che si finisce per esser iper-apprensive fino a odiare l’esser madre, non lo so.
Non sono sicura che lo vorrei un matrimonio con questa rabbia. Come fa a durare un rapporto del genere? Io mi arrabbio a volte, come tutti. Con Edo litighiamo. Ma se gli facessi una così penso che non riuscirei nemmeno più a guardarlo. Sarò io atipica.
Non gliel’ho ancora raccontata.
Forse…
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Stanca gioia estiva
4 Agosto 2007 di catatonica
Guardando te tornar dal mare
godendo della gioia strana
provata ad ogni nuova situazione
pericolosamente piana.
Conguagli emozionali stanchi
mi portano di notte qui da te
passione della nostra stanza gioia
giocando nella mattinata strana.
Mi piace riguardarmi in te
col tuo pulviscolo esteriore
non sei mai stato così mio
non sei mai stato per errore.
Ho poca voglia di scordarmi che
domani e poi ancora oggi
giocando come giocano gli umani
io e te saremo sempre in noi.
Parecchie volte l’ho pensato
ma mai l’ho detto perché tu
sei sempre quello che perdona
e mai percuote mai ridà.
Io non lo so, ma tu
se vuoi di questa luce estiva
dosarne un po’ di notte e un po’ domani
faresti meglio a stare senza
faresti meglio a andare via.
La gioia strana di noi due
è un bel ricordo che
resiste
esiste
persiste
nella nostra stanca stanza strana.
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Una Jocca da sola
27 Luglio 2007 di catatonica
Oggi Edo non c’è perché è in Toscana, da sua nonna, e a me mi tocca mangiare sola.
Lo so, non si scrive “a me mi”, ma io lo scrivo lo stesso qui sul mio blog faccio quello che voglio io, non mi interessa rimembrare la scuola se non sono io a decidere di farlo perché in quel momento c’ho la paresi nostalgica che mi va di mettermi a ricordare i tempi della scuola… Oddio… Mi sta venendo fuori la paresi nostalgica proprio in questo momento… A furia di parlare di scuola! Via, via! Pussa via, paresi nostalgica! In questo momento stavo parlando di altro e non voglio mettermi a pensare ai tempi della scuola!
Sempre così, ogni volta che uno fa una piccola trasgressione nel parlare, ecco che subito ti vengono a parlare di scuola, di regole, e la maestra diceva così, e il professore cosà… Sapete cosa vi dico? Andatevene un po’ a caghèr, voi, la scuola e le regole! A me mi va oggi di scrivere i miei pensieri, oh là! Le cose come voglio io e come dico io. Ho bisogno di esprimere i miei sentimenti e per fare questo non posso certo fermarmi a pensare se una particella verbale o una locuzione è adatta o corretta o no! Suvvia! Usate la capoccia, pure voi! Io sono qui in stream of consciousness e voi mi fate la paranoia della sgrammatichezza! Ve la do io la sgrammatichezza!
E sì, lo so bene che lo “Stream of consciousness” è un genere letterario per niente automatico e che quello che faccio io invece si chiama scrittura automatica! Forse qualcuno non sa che ho preso una certa laurea… Ma porca vacca! Potrò pure usare i termini così come mi vengono e che rappresentano al meglio in quel momento l’esatto pensiero che si sta producendo nella mia testa! Porca peppa! In questo momento, per dire, se non si fosse capito, mi sto lamentando del fatto che Edo è partito e io sono qui da sola a farmi un’insalata con la Jocca in questa Torino afosa di fine luglio, solitaria e mogia, e altro non sto facendo se non buttare giù i pensieri a casaccio, così come mi vengono, perché uno quando si lamenta mica sta a ragionare su quello che dice! Si lamenta e basta! L’essenza della lamentela è l’urlo, il guaito, il gemito di dolore, non trattenuto, sgattaiolato, sparato fuori così com’è e chi s’è visto s’è visto!
Mannaja…
Menomale che domani torna, e la Jocca la si mangia in due. Ma è anche probabile che andiamo a vedere Jarrett al Blue Note! Speriamo!
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Periferie esistenziali
24 Luglio 2007 di catatonica
Immaginate una signora anziana, pesante e bassa, attaccata a un muro bianco.
Immaginate di percorrere un marciapiede che a un certo punto ha come muro laterale proprio questo muro bianco con la signora.
Immaginate che mentre camminate in quella direzione la signora non la vedete perché è un barattolo e le moto parcheggiate sul marciapiede la coprono.
Ora.
La vecchia è uno di quei casi umani da terzo millennio impoverito che sono rimaste vedove e sole e vivono nelle periferie selvagge della città, palazzoni ed extracomunitari, banlieues di degrado e di impotenza.
Strilla. Aspetta che le arriviate davanti e vi strilla nelle orecchie facendovi trasecolare se avevate la sventatezza di camminare assorte e cazzavostrate.
Vuole soldi. I marocchini ladri e bastardi sono entrati in casa sua mentre lei non c’era e le hanno rubato i soldi. Pensione.
Non è solo grassa, è malata. Dal gesticolare delle mani si nota la mancanza di svariate dita, da ambedue. Da quello che dice ha diabete, male dappertutto, il fegato, il cuore, non può camminare è un caso disperato.
Tira fuori la carta d’identità e dice di segnarsi l’indirizzo di andarla a trovare che lei poi ridarà i soldi presi in prestito. Lorenteggio.
Voi.
Dite che siete la persona sbagliata a cui chiedere soldi. Prendete agenda e scrivete indirizzo. Prendete portafoglio, aprite e mostrate gli unici quindici. Estraete e date. Allargate il portafoglio e mostrate il vuoto restante, nella speranza che smetta di chiedere. Dite che farete qualcosa.
Lei.
Continua a urlare appena ne ha la possibilità. Racconta il furto. Il sopruso, la denuncia. Le difficoltà a camminare. Che è appena andata a cercare una lontana parente in via Gorizia che non c’è perché è in vacanza. Ha bisogno di soldi. Per mangiare, dice. Poi vieni a trovarmi e ti do cento, duecento quando vuoi, tu vieni che a casa ce li ho, te li ridò. E strilla. Madonna mia. E sembra che grida al cielo più che a te. E sembra che aspettava proprio te per potersi finalmente sfogare. E infatti poi dice grazie, mi sei stata come la Madonna. Anche solo con quindici.
Tu.
Chiedi se ce la fa a tornare a casa.
Il portafoglio vuoto e la mente piena di strilli e pianti che ti porti via.
L’indirizzo.
La preoccupazione per la vita di queste persone. Deboli e disgraziate, in mano a belve sguinzagliate.
La sensazione che le nostre nonne fanno le mendicanti. Grazie al sistema pensionistico e all’individualismo della vita moderna. Noi, assuefatti in malafede all’idea pur rassicurante si nasce in ospedale, si muore in ospedale.
Invece il mondo è il solito sciacallo. Si nasce nell’ingiustizia, si muore nell’ingiustizia. Affamati e vittime di soprusi.
Chiederle se va in chiesa. Vada dai preti e dalle suore, che aiutano. Lo fanno di mestiere. Ci provi un po’ di più a rivolgersi ai preti.
Lei.
C’è andata dai preti vicino a casa sua ma non l’hanno tanto aiutata. Non tutti i preti sono uguali, dice.
Lei.
Grazie, grazie. Mi sei stata come la Madonna. Vienimi a trovare. Dirò delle preghiere, le dirò per te.
Per andare a casa ce la faccio. Prendo la cinquanta.
Tu.
Grazie. Anch’io pregherò per lei.
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Cappi d’amante
3 Luglio 2007 di catatonica
Gli dico: “Non ti devi più permettere di fare il nome di mia madre”.
Se dicessi io a lui tutto quello che penso di sua madre…
Costantemente sono costretta a parlargli, e di nuovo a parlargli, e poi ad ascoltarlo… Ma io non ho mica fatto niente di male, non ho mica ammazzato nessuno io. E lui sempre qui che ansima e che vuole, che vuole, sempre col solito cappio. Non è un uomo, è un cappio al collo.
L’ultima volta che ho provato a pronunciare la parola “lasciarsi” sapete cosa ha detto? Se mi lasci mi butto da un ponte con una corda al collo ma prima apro i rubinetti del gas faccio saltare tutto voglio che salti in aria il palazzo non puoi lasciarmi non mi puoi lasciare non puoi!
Ho detto? Un uomo, un cappio.
Asfissia… Provare a respirare con un’ombra di fianco, e dietro, e davanti che continuamente ti segue non è esattamente una cosa facile. Non m’importa quello che dicono gli altri. Io non ci sto. Non è vero che ho paura. È solo che sono abbastanza solitaria. E mi tocca fare certe cose, anche se non vorrei farle. Dovendo scegliere, certo, non lo farei, ma è impossibile, quando ci si trova davanti a queste evenienze, avere la possibilità di scelta, di chi dice: “Però io potrei sempre cambiare strada, nessuno mi costringe, nessuno mi impone di fare così”. Magari…
Magari fossi io quella persona che può parlare con queste esatte parole. A me non farebbe piacere dovere, come mia madre, occuparmi di masticare le cose che poi bisogna dare da imboccare ai figli. Lei l’ha fatto. Ma lei è fatta così. E quella è la sua vita. E io non sono lei. Non è detto che la mia vita debba essere uguale alla sua vita solo perché sono sua figlia.
E la scelta? E la possibilità di maturare, di crescere, di cambiare? Non è stata forse lei a dire che voleva che noi figlie arrivassimo a raggiungere quei traguardi che lei non ha potuto raggiungere perché era nata nel periodo storico sbagliato? Voleva che noi avessimo tutto quello che lei non aveva avuto, giusto?
E io ce l’ho.
L’ho, e la ringrazio tanto per questo. Non vorrei un giorno svegliarmi alla mattina e pensare che mia madre non ha fatto altro che ripetere una frase del genere – “Voglio che voi abbiate tutto quello che è mancato a noi” – solo per scimmiottatura culturale, solo perché era una frase di quelle che si dicevano, una frase che avevano in mente le nostre madri e i nostri padri e le nostre nonne e i nostri nonni perché non avevano la scelta, la famosa scelta, e non sapevano di cos’altro parlare, non sapevano cos’era la felicità, se lo dovevano far dire dagli altri, non sapevano cosa scegliere, non solo non hanno mai avuto la possibilità di scegliere, ma se l’avessero avuta non avrebbero saputo neanche cosa scegliere, veramente, non vorrei che questa fosse l’esatta condizione dei miei genitori, frasi dette a casaccio, ripetute, scimmiottate, masticate e mai capite…
Finalmente ci avete dato l’istruzione di massa, vorrei dirglielo a mia madre con le parole della Ponzi, e noi con l’istruzione di massa potrebbe essere che siamo diventate anche migliori di voi, cari genitori, non so se avrei mai il coraggio di dirvelo, o forse sì, ma è così, cari genitori, mi tocca dirvelo. Sono costretta a dirvelo, non lo capite? Costretta.
Quando capirete la parola costretta? Siete stati così tutta la vita, cari genitori, e io non è detto che debba essere come voi ed esattamente uguale a voi solo perché sono vostra figlia. Se scopro delle idee migliori o degli stili di vita migliori, cosa devo fare? Appiattirmi, solo per rispetto ai genitori? Questo insegna la Bibbia? Rispetto vuol dire appiattimento? Vuol dire depressione, costrizione, incarcerazione, imbecillimento?
Io gliel’ho detto: “Non ti permettere più di fare il nome di mia madre”.
Ma è ovvio che se lo fa ancora, scelgo ancora lui. E tu sai perché, mamma. Forse lo sai anche tu, caro papà. Lui è lui, ed è lui il mio destino. Così come il mio destino siete stati e sarete sempre voi.
Ha detto starà attento. L’uomo cappio.
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100 nuovi modi per ammorbare la vita al prossimo
2 Luglio 2007 di catatonica
La mania degli sms sta iniziando seriamente a stancarmi.
L’altra sera, in treno, tornando da B*** ho ascoltato una conversazione fra due ragazzini. Non li vedevo, erano seduti nei sedili dietro a me.
A un certo punto uno dei due, che evidentemente mentre l’altro parla sta giocherellando col cellulare, interrompe e fa: “Come non c’è spazio per nuovi emmemmesse? Zero!”. L’altro è piuttosto cortese: “Ah sì? Li hai finiti?”, e dimenticando le cose che sta dicendo si mette a dar consigli su come ricaricare al più presto il telefonino. Questi due ragazzini mi sono sembrati molto accondiscendenti uno con l’altro. Dalla quantità di dettagli di ciò che si raccontavano si capiva che non erano amici di lunga data ma si capiva che stava nascendo un’amicizia. Li ho invidiati. Giovani, candidi, spensierati.
La calamità degli sms non è che si è abbattuta sulle generazioni dei bambini, che quello posso anche accordartelo. C’è gente di quaranta e passa anni che non può fare a meno del telefonino in mano mentre fa qualsiasi cosa, segnatamente mente parla con la gente, segnatamente mentre parla con me. Segnatamente c’è anche gente che passa il proprio tempo a tempestare gli altri di sms. Segnatamente a tempestare me di messaggi. Non dirò chi. Dirò solo che questa persona passa per affabile e matura mentre invece ha solo preso al volo la svolta epocale del telefonino per trasferire su esso tutte le psicosi e i tic, le insicurezze e le inadeguatezze sociali. In pratica mentre parla faccia a faccia con la gente tiene in mano il telefonino, costantemente pronto a ricevere una chiamata.
Non gioca come fanno i bambini. Penso sia perché è abbastanza sveglio da non farsi cuccare in flagranza di comportamenti troppo esplicitamente infantili. Ciononostante i suoi comportamenti con telefonino alla mano sono in tutto e per tutto patologici. È inevitabile che le persone di questo calibro di malattia mentale siano tutte ammanicate con me o imparentate con me? Io trovo sbagliato che con la scusa della tecnologia e del progresso, adesso ci siano persone profondamente disturbate che pensano sia regolare mandare piogge di sms solo perché ce n’è la possibilità. O chiamare il prossimo ogni due minuti. Non è che perché hai il telefono e te lo puoi portare nella tasca della giacca allora devi stressarmi l’anima a me che sono chissà dove in città!
Questa mania degli sms è follia…
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