Donato (nome fittizio), un mio amico della Calopresti (nome fittizio), mi ha appena lasciata di sasso. Non ci posso credere.
Mi ha raccontato una cosa della sua vita che non mi sarei mai aspettata. Lo sapevo che aveva dei problemi, ma li avevo sempre catalogati come stranezze sue. Dopotutto, è avvocato!
Donato è un tipo che non riesce a trattenere quello deve dire, quello che pensa dice, e ha un livello di mancanza di tatto che difficilmente mi è capitato di incontrare in vita mia. Personalmente, lo trovo indispensabile. Con tutto quel parlare e lo sparlare su tutto e di tutti, compresi i presenti il più delle volte, non si rende neanche conto che può toccare delle zone sensibili di persone varie. Spessissimo infatti coglie nel segno. Quante volte l’ho visto, in situazioni in cui non ci si aspetta critiche così violente, lasciare una persona, magari appena conosciuta, sbeffeggiata e scontenta.
Non è un caso che abbia pochi amici, praticamente nessuno. Senza la sua famiglia non so cosa farebbe. Ancora oggi è molto attaccato a loro.
Io sono una delle poche persone che lo capiscono. Lui è così. Semplicemente, non si rende conto.
Quando parla lui dice esattamente ciò che vede. È come se ci fosse collegamento diretto tra il mondo esterno e la bocca, mentre il cervello è completamente bypassato. È come se non ci fosse neanche, il cervello. Il suo parlare è un flusso continuo di sensazioni che scivolano in testa e subito escono dalla bocca. Data la professione che fa, parla anche abbastanza forbito. Certe volte è proprio un piacere ascoltarlo. Anche se è decisamente logorroico.
Io, dicevo, sono sua amica e lo conosco bene. Ho imparato a sfruttare il suo dono di non avvertirsi di quando dice cose indelicate. Fa così proprio per un suo candore innato che contrasta anche parecchio col suo aspetto esteriore di invecchiato precoce e maniaco depressivo. In realtà è, appunto, abbastanza candido. A patto che non lo si lasci solo. In quel caso diventa scorbutico ai limiti del bestiale. Non c’è la fa proprio. Figuriamoci. Coll’alto tasso di logorroicità che si ritrova, ogni volta che è costretto a stare zitto gli vengono i bubboni pestilenziali. Penso che non abbia mai fatto una riflessione solitaria in tutta la sua vita.
Ma queste sono mie supposizioni. Peraltro non sono neanche tanto supposizioni, in quanto molte di queste cose sul suo modo di essere me le ha dette lui di persona, durante alcune delle lunghe chiaccherate in cui parliamo tutta la notte con sigarette e birra sulla pancia.
Donato stavolta mi ha confessato uno dei suoi segreti più grandi, un problema che ha da quando, finita l’università, è andato a vivere da solo.
Ho sempre saputo che soffriva di insonnia. E infatti è proprio il classico tipo che visto da fuori, per chi non lo conosce, lo si può scambiare o per un pedofilo o in alternativa per uno che soffre d’insonnia. Poveretto…
Mi ha raccontato l’origine della sua insonnia. (Io avevo sempre pensato che fosse per via della solitudine, dato che, essendo, secondo me, gay, non si è mai trovato una donna e neanche se n’è cercata una). In pratica, dice che quando ha cominciato a vivere solo, dopo un po’ ha iniziato ad avere incubi, spesso, relativi soprattutto ai libri che, lettore famelico e onnivoro, legge a centinaia.
Finalmente è riuscito a confessare la cosa anche al suo analista, dice. Prima d’ora non ci era mai riuscito. Si vergognava. (Figuriamoci con me).
In pratica era finito dopo un po’ ad avere incubi tutte le notti, tanto che era ossessionato e aveva sin paura ad andare a letto. Dice che essendo solo, dopo essersi sfinito a leggere, non ci voleva molto perché quasi sognasse a occhi aperti, cioè pur non dormendo. Sentiva le voci… Appena mi ha detto questa cosa me lo sono visto in un’immagine che mi ha fatto vergognare per lui. Non dovrei dirlo, ma è così. Me lo vedo seduto sul letto che esita a spegnere la luce. Tra l’altro, mi aveva già accennato una volta alla paura del buio. Io avevo fatto finta di niente e lui non ne aveva più parlato. Ma adesso che racconta queste cose i conti tornano.
Non è del buio che ha paura, ha paura di se stesso. Ha paura di quello che il suo cervello gli produce quanto è iperattivo come succede quando si legge anche un libro al giorno, o più libri allo stesso tempo, come fa lui. Considerato, poi, che è appassionato di tutti i generi possibili e immaginabili che possono creare fantasmi tipo horror o fantascienza, posso ben capire che uno con un cervellone come il suo (in effetti ha una fronte parecchio ampia, la quale mi ha sempre impressionato) non può che essere perseguitato dal bisogno di parlare di tutto quello che gli passa per la testa.
Tutto quello che gli entra in testa lui non lo elabora ma lo deve mettere fuori subito, altrimenti s’intasa e rimane lì. Con un cervellone così, me lo immagino poverino a battagliare con enormi quantità di dati immagazzinati che non riesce a gestire, e che prima o poi hanno il sopravvento.
Solo che io non posso certo fargli da interlocutrice tutto il tempo. Si deve abituare a mettersi a dieta di libri oppure, non so, aprirsi un blog e scrivere delle recensioni, o le impressioni che gli vengono sui libri che lo colpiscono. Lui dice di non essere il tipo che scrive. È più per l’orale, l’avvocato. Di questo blog qui non gli ho detto niente perché questo in particolare non lo conosce nessuno. Ma ne ho un altro da tempo (non dico di più!) che lui conosce. Eppure continua a ripetere che almeno per ora la cosa dei blog non gli interessa. Gli ho detto che ci vogliono tre secondi ad aprire un blog. Lui niente. Non ne vuole proprio sapere.
Vabè. Al limite secondo me gli tocca mettere da parte qualcuna delle sue attitudini caratteriali peggiori, e imparare ad affinare la lingua avvocatesca tagliente almeno quando è con amici. E soprattutto dovrebbe imparare, quando gli sale alla gola una parolaccia, a contare a fino a dieci prima di dirla, e poi cambiarla in qualcos’altro. Se proprio non riesce a trovar niente, va bene anche una parolaccia analcolica tipo “scemata”, o “bischero”, o “sedere”.
(Le parolacce che dice sono la cosa che mi piace meno di lui. Quando litiga – spesso – ne dice brutte e violente, e lascia sempre allibito chi è presente, ma è talmente strano che nessuno lo riprende. Fanno tutti spallucce. Probabilmente in queste occasioni la maggior parte delle persone se lo ritrae con piacere ospite di una casa di cura mentale. E purtroppo mi sa che su una cosa così, se non è riuscita a far niente nemmeno la famiglia, che pure è rispettabilissima, i genitori sono entrambi professori…
Quando litiga è proprio un bambino. Peccato che ne ha più quaranta che trenta, e gli interlocutori altrettanto.)