Ora Silvia comprendeva tutto, tutto: una grande tendina era stata lacerata davanti a’ suoi occhi, la rivelazione del mondo l’aveva colpita, il suo intelletto era stato invaso dall’aspra scienza della vita. A lei venne il soffio allegro e sano della gioventù con le emozioni freschissime, le trepidanze, i rossori, le gaie speranze, gli entusiasmi, la fede inconcussa nel suo avvenire di donna. Poi lo slancio irresistibile della passione, la lotta dei sentimenti coi doveri, la parte della coscienza, l’urto perenne dell’anima coi sensi, l’alto ideale della virtù e le basse realtà dell’esistenza: tutta questa eterna battaglia di ogni cuore donnesco, fu la sua battaglia, donde usciva vincitrice. Le parve di aver provato tutti piaceri della ricchezza, del lusso, della vanità, dell’orgoglio, dell’ambizione femminea; le parve aver amato tanto, aver amato bene, amato lungamente, di essere stata tanto riamata; e che di quel passato d’amore le fosse rimasta una cara malinconia, il cumulo dei ricordi che si svolge lento, lento, i rimpianti soavi, ed il fiotto delle rimembranze che arriva e se ne va, per ritornare e per andarsene di nuovo, simile all’eterna onda del mare. Quanto vi è di vero e di bello nella natura: i fiori, farfalle immote; le farfalle, fiori volanti; la fortezza onesta dei boschi, la verginità della neve, la bontà generosa della terra nera, il fermento di riproduzione che agita il mondo e la inflessibile serenità delle stelle: tutto trovò la via del cuore di Silvia. Comprese che la vita è una cosa buona, che la verità di essa è nell’amore e la felicità nei figli; e tutto il suo essere si genufletteva, mentre l’anima balbettava confuse parole di grazia.